domenica 5 ottobre 2008




Ecopsicologia
Uno dei percorsi che con sempre maggiore coinvolgimento e interesse personale mi guida alla ricerca di me stesso, della mia identità, dei valori della vita e nella difesa dell'ambiente è quello eco- psicologico.
Cosa è l’ecopsicologia? La sua definizione può essere racchiusa in questo pensiero: L'ecopsicologia è un nuovo campo d'azione e di ricerca che riconosce alla natura un ruolo fondamentale non solo per l'equilibrio fisico, ma anche psicologico e spirituale dell'individuo.
L’uomo è parte integrante ed indissolubile con la natura. L’ecopsicologia è il percorso che ci aiuta a recuperare il legame più profondo, quello più vero, che abbiamo con essa, un legame emotivo. Nel corso degli ultimi decenni, la storia dell’uomo ha intrapreso un cammino che ci ha fatto perdere il legame con la terra, con le nostre radici ancestrali, portandoci ad una inevitabile crisi spirituale, psicologica ed ecologica. Recuperare questo contatto, il dialogo con se stessi, con il mondo che ci circonda, può dare un senso e delle ragioni importanti alla nostra vita, alla nostra presenza su questo Mondo, può aiutarci a vivere in maniera più armoniosa e consapevole. L’Ecopsicologia, è uno strumento di conoscenza ed approfondimento psicofilosofico che ci può far sentire liberi, cittadini di un universo più allargato, senza confini. Dobbiamo in sintesi perseguire la ricerca di un miglior rapporto tra il mondo interiore e l’ambiente esterno, riscoprendo il legame che lega indissolubilmente questi due mondi. Il legame che ci lega , che lega la nostra vita , la nostra coscienza, il nostro modo di essere con i luoghi in cui viviamo è più profondo di quanto generalmente pensiamo. Il nostro corpo la nostra mente, le nostre azioni sono fortemente legate alla natura, condizionate dall'ambiente in cui viviamo, da ciò la necessità di vivere in maggiore armonia con esso, per vivere di conseguenza meglio con se stessi e gli altri. Il male, le offese che possiamo portare al mondo fisico, alterandone gli equilibri, si ripercuote come conseguenza inevitabile, catastrofica su noi stessi, mettendo in crisi la nostra vita, fisica e spirituale, creando al contempo un danno ecologico irrimediabile.
L’incontro tra natura e psiche, la congiunzione di due scienze, psicologia ed ecologia concorre in maniera mirabile a guarire non solo i mali dell’animo, ma anche a quelli fisici dell’uomo e le alterazioni degenerative della terra.
Da un convegno promosso nel 2006, in Italia, in Val D’Aosta, a cui hanno partecipato cinquanta rappresentanti da svariate nazioni del mondo è emerso una definizione di questa nuova scienza che potremmo riassumere nelle seguenti righe, scritte da Marcella Danon:

L'ecopsicologia non è un sistema chiuso di tecniche o procedimenti, è una direzione che partendo da alcuni presupposti di base invitano i singoli individui in qualsiasi ambito essi lavorino o operino di attivarsi e mettere in atto strategie e iniziative concrete per un risveglio individuale e poi planetario di un senso di compartecipazione al pianeta. I presupposti sono quelli sottolineati nel manifesto di EES, European Ecopsychology Society.
-Autoconoscenza e autoaccettazione come base per una relaziona matura e creativa con il prossimo.
-Apertura al dialogo e all'incontro con il diverso per l'elaborazione di strategie efficaci di convivenza e sinergia.
-Consapevolezza delle implicazioni sociali, economiche, spirituali e ambientali delle proprie scelte di consumo e di stile di vita
-Ampia visione dell'essere umano, riconosciuto nelle sue componenti fisiche, emotive, cognitive e spirituali; coerentemente con la psicologia del profondo, la psicologia umanistico-esistenziale e la psicologia transpersonale
-Fiducia nelle potenzialità di crescita e autorealizzazione dell'individuo e nella sua fondamentale libertà, creatività e responsabilità
-Capacità di relazione ed empatia, a tutti i livelli, sensibilità nei confronti dell'ambiente naturale come intrinsecamente vivo e degno di rispetto
-Visione sistemica della realtà e consapevolezza delle interrelazioni a tutti i livelli, corpo-mente, pensiero-azione, individuo-società, società-ambiente
-Pensiero libero e autonomo, capace di riconoscere le manipolazioni indotte da media e di non indulgere passivamente in luoghi comuni e generalizzazioni

Attenzione nei confronti di culture altre, nel tempo e nello spazio, senza preclusioni o pregiudizi "Noi siamo la Terra!" è stato chiamato questo primo convegno. "Noi siamo la terra" è il messaggio che solo, può smuovere una umanità lacerata tra una visione antropocentrica - "il mondo è nostro, è stato creato per noi" - e una all'estremo opposto - "noi siamo i parassiti di questo bel pianeta" - per trovare invece una sintesi su un piano più alto in cui l'essere umano si riconosce punta di diamante di tutto il processo della creazione, e di essere così in azione in nome di tutta la creazione e non solo della specie homo sapiens sapiens. Noi non siamo "venuti al mondo" - ha affermato nella sua esposizione in video preparata appositamente per questo incontro il prof. Sutton Chard - ecopsicologo statunitense - ma siamo "venuti dal mondo", e la materia dei nostri corpi è la stessa non solo di quella del nostro pianeta ma anche di tutto l'universo. Ritrovando il senso di connessione, compartecipazione e responsabilità nei confronti di tutto quanto gira insieme a noi attorno al Sole non solo troviamo il senso più profondo della nostra vita, ma cominciamo immediatamente a manifestare un atteggiamento diverso nei confronti di animali, piante e ambienti naturali e non, scopriamo la grande libertà che abbiamo, di essere soli e persi o parte di qualche cosa di più grande in cui ognuno di noi può dare un suo contributo unico e insostituibile.Il messaggio è quindi uno: svegliamoci a ciò che siamo, figli della Terra al servizio della Vita!

martedì 15 luglio 2008

Tecnologia ed Identità - Mondi Vituali .. di Ivo Quartiroli

Proseguendo in un percorso di ricerca, ritengo interessante segnalare due post di Toshan Ivo Quartiroli. La crisi di identità dell'uomo e delle società moderne, quelle attuali, ci preoccupa e ci impone scelte sempre più ragionate. Questa analisi può contribuire ad una migliore conoscenza di quello che è uno dei problemi più gravi e che va affrontato con decisione. L'analisi delle contrapposizioni tra mondi reali e virtuali, forse ci porterà, con maggiore comprensione a ritrovare la nostra giusta dimensione. Abbiamo sempre più bisogno di vincere le nostre incertezze e la necessità di dare risposte concrete ai dubbi, ai perchè. Siamo tutti protesi ad una migliore conoscenza della verità, alla ricerca delle ragioni della nostra esistenza e del suo rapporto più intriseco con il mondo che ci circonda.

di Toshan Ivo Quartiroli
Kevin Kelly (autore di Out of Control nel suo ultimo articolo parla della crisi dell’identità degli esseri umani causata dall’incessante sviluppo tecnologico. Poichè la scienza ogni giorno produce nuove invenzioni, queste scombussolano la nozione di noi stessi ed ogni giorno la nostra identità viene messa in discussione. Quindi si chiede “chi siamo e cosa vogliamo essere”, riportando anche le domande che si fece Philip Dick: cos’è la realtà e cosa significa essere un essere umano.
Le domande di Kevin Kelly e di Philip Dick sono vecchie quanto l’umanità. La tecnologia mette in discussione la nostra identità in modo crescente poichè sta sostituendo le nostre identificazioni con gli artefatti tecnologici. Ad esempio, se ci identifichiamo con il nostro corpo, la nostra identificazione verrà messa in discussione dalle protesi e dall’ingegneria genetica. Analogamente, se ci identifichiamo con la nostra mente questa verrà sfidata dalle molecole che agiscono sul cervello, dalle droghe, dalla neurotecnologia e dall’intelligenza artificiale.
Questa è un’arma a doppio taglio: da una parte può diventare una fonte di ansia nel non sapere più chi siamo. Dall’altra parte ci stimola a cercare delle identificazioni più profonde del nostro corpo/mente, come ci suggeriscono i saggi e gli insegnanti spirituali.
Nel mio articolo
Maya 2.0 avevo ipotizzato che tramite la tecnologia stiamo creando un “doppio Maya”, uno strato ulteriore di illusione nei confronti della realtà che, come una doppia negazione, potrebbe penetrare attraverso il primo strato della “realtà illusoria ordinaria” percepita dai nostri sensi.
Ma questo a mio parere può avvenire solamente se non perdiamo noi stesso nel medium e diventiamo di nuovo padroni della nostra attenzione, spostandola di 180 gradi dallo schermo del computer verso la nostra consapevolezza, come Bertolt Brecht aveva già suggerito a riguardo del medium teatrale.




Jaron Lanier ha scritto Are We Trapped in God’s Video Game? (”Siamo imprigionati in un video game di Dio”?):
Ci sono alcune domande sulla realtà virtuale (RV) che mi sono state poste diverse volte al giorno, ogni giorno, per oltre un quarto di secolo. Le email arrivano ancora, da un ragazzino Coreano o da una nonna Australiana: potrà mai la RV diventare talmente abile che non saremo più in grado di dire che è RV? E’ possibile che stiamo già vivendo nella RV? [...] Il concetto di “RV talmente abile che non puoi dire che” può significare diverse cose. Potrebbe significare che una persona che si trova nella realtà naturale può essere ingannata da una simulazione, oppure potrebbe significare che un essere che è stato creato come parte di una simulazione può diventare conscio.
Poi Lanier riflette sull’intersezione di realtà virtuale, cosmologia e fantascienza. Vorrei dare una prospettive spirituale ai mondi virtuali.
Tutto ciò di cui puoi fare esperienza nasce dai pensieri, quindi tutto ciò di cui fai esperienza, o puoi farne esperienza, è un’illusione.
I Situazionisti dicevano che nel capitalismo le emozioni vengono tramutate in prodotti di mercato e che dobbiamo sborsare denaro per riprendercele. Inoltre, affermavano che gli esseri umani nella nostra società vengono riprogettati in modo da vivere una vita come rappresentazione di se stessa. Senza dubbio la società attuale è l’apoteosi della vita vissuta in modo mediato, tramite mezzi tecnologici che ci distanziano dal contatto immediato con la nostra profondità interiore prima ancora che con il prossimo e con la concretezza del reale.
Ma la radice della distanza dalla realtà autentica è molto più antica della società di mercato. Questa ultima non ha fatto altro che rispecchiare una situazione già presente nella natura della mente. Già a partire dal piano neurofisiologico viviamo in una realtà fabbricata, iniziando dal meccanismo della visione fino al nostro sistema nervoso che filtra, interpreta e fabbrica la realtà. Il sistema nervoso e la mente nella sua totalità agisce quindi da barriera verso la realtà, creando strutture e mondi a cui diamo il nome di “idee”, “opinioni”, “principi”, “verità”, “oggettività”, “bene”, “male” e così via.
Rifugiarsi in un mondo mentale di immagini, fantasie e di proiezioni è un meccanismo di difesa inevitabile durante la costruzione dell’ego, una protezione per l’insorgere di sensazioni spiacevoli. Quando questo mondo interno si sviluppa eccessivamente e prende vita autonoma parliamo di psicosi e schizofrenie, ma è solo una questione di gradi, essendo un’esperienza comune.
La razionalità stessa, pur essendo un’importante acquisizione verso la ricerca del vero, spesso rappresenta un trucco della mente che ci illude ulteriormente di poter “vedere le cose come stanno” in modo “oggettivo”. La razionalità si trasforma così spesso nel suo contrario, in un meccanismo di difesa personale nei confronti della consapevolezza del vero, e a livello collettivo lo strumento più adeguato per progettare ed utilizzare l’artificio tecnologico che consente la creazione dei mondi virtuali. La tecnologia è l’apotesi del razionale. Quindi la razionalità si trasforma in una specie di meccanismo di difesa a livello sociale, che consente la creazione di strumenti tecnologici sempre più complessi che progettano la comunicazione tra esseri umani mediata da schermi, tastiere, mouse, procedure di utilizzo dei siti web.
I percorsi di realizzazione spirituale sono un ritorno verso la realtà e verso un contatto col reale libero da strutture mentale ed interpretative. Spesso in occidente vi è la credenza che la spiritualità sia in contrapposizione al reale, mentre è piuttosto un percorso verso una dimensione più vera e immediata di ogni altro, che attraversa la rete di filtri che oscurano la piena percezione e l’immensità del vero.
La piena consapevolezza di vivere in una realtà costruita ed illusoria è ciò che viene chiamato “illuminazione”. Parlando della sua realizzazione, Nisargadatta Maharaj diceva “Avevo l’abitudine di creare un mondo e di popolarlo, ora non lo faccio più”.
Shri Ramakrishna affermava che “secondo il Vedanta, lo stato di veglia è irreale quanto quello del sogno”, quindi raccontava che:
Un boscaiolo spiritualmente raffinato fu svegliato un giorno da un importuno, nel bel mezzo di un bel sogno. “Perché mi hai svegliato? - esclamò egli con rammarico - ero re e padre di sette figli, tutti versati in scienze diverse. Seduto sul trono regnavo sul mio paese. Ero così felice! Perché, perché mi hai svegliato?”. “Ma questo non ha alcuna importanza, gli rispose l’importuno, il vostro era soltanto un sogno!”. “Pazzo che sei, replicò l’altro, non capisci che ero re veramente, così come veramente sono boscaiolo? Poiché se è vero che sono un boscaiolo, è ugualmente vero che ero un re”. Shri Ramakrishna. Alla ricerca di Dio. Roma. 1963. Originale. L’enseignement de Ramakrishna.
La mente ordinaria vive in un equilibrio instabile tra la pacata beatitudine dell’illuminazione e il caos della psicosi. Quando la mente eccede nella sua capacità di creazione di mondi e soprattutto di identificarsi con essi, la realtà diviene talmente distante che rimangono solo le costruzioni fantastiche della mente. Diceva Ronald David Laing ne L’io diviso (Einaudi. Torino. 1969): “Se una persona non agisce nella realtà, ma solo nella fantasia, diviene essa stessa irreale.”
Il mondo illusorio creato dalla mente viene chiamato maya nella tradizione indiana, uno stato analogo a quello del sogno.
Ma il mondo di maya non va e non può essere evitato. Il percorso è quello di entrare nell’illusione con consapevolezza, rendersi coscienti del vero e da lì ritornare al mondo illusorio che a quel punto diventa una delle tanti espressioni del vero.
E’ attraverso la lila (gioco divino) che dovete aprirvi il cammino fino a nitya (eterno, vero). Così è da nitya che dovete tornare indietro fino a lila, che allora non è più irreale, ma una manifestazione di nitya per i vostri sensi. Shri Ramakrishna. Alla ricerca di Dio. Roma. 1963. Originale. L’enseignement de Ramakrishna
Osho, alla domanda “Il tuo insegnamento mi sembra diverso: essere impegnati nel mondo anche mentre avviene la trasformazione. Se è così, come posso evitare le distrazioni di maya prima di riuscire a vedere chiaramente la realtà?”
rispose:
Non c’è bisogno di evitare nulla. Ogni sforzo diretto alla rinuncia è generato dalla paura. Vivi, non evitare. Vivi maya, e arriverai a scoprire la realtà, perché questo maya è una realtà nascosta. Anche ciò che appare fa parte della realtà. Lasciamelo ripetere: anche ciò che appare fa parte della realtà. Non sfuggirgli, perché così sfuggiresti anche la realtà. Entraci profondamente. Vivilo, con gioia, non scappare. Gli hindu chiamano maya il mantello di Brahma, il suo vestito: non evitarlo. Se eviti il mio vestito e scappi, scapperai anche da me. Devi accettare il mio abito, devi avvicinarti sempre di più, solo allora potrai conoscere me, quello che si nasconde dietro l’abito. Dio è nascosto in maya. Maya indica la sua magia. Dio è nascosto nella propria magia. La parola “magia” deriva da maya. Dio è nascosto in questi fiori, in questi alberi, in queste rocce, in te, in me. Da ogni occhio egli osserva il mondo, da ogni fiore è la sua fragranza che si diffonde. Questo è il suo modo di essere, la sua manifestazione. Se la eviti, eviterai anche lui; entraci, entra nella fragranza del fiore, solo così troverai la fragranza di Dio nascosta all’interno. Osho. Tratto da Come Follow Me, Vol. III
Con i mondi virtuali quali Second Life sembra che si stia creando un ulteriore strato di Maya sopra quello già esistente della realtà ordinaria che viene a sua volta vissuta illusoriamente. Con i mondi virtuali diviene evidente l’artificio e l’irrealtà di tali ambienti, ma nello stesso momento è anche evidente quanto le nostre reazioni ed emozioni siano di base le stesse sia nella vita “reale”, che nei mondi online, che potrebbero essere chiamati Maya 2.0.
Probabilmente nei mondi online utilizzeremo maggiormente alcune parti della nostra psiche rispetto ad altre, ma fondamentalmente le nostre modalitò di interazione rifletteranno quelle che sono le nostre strutture psichiche e i condizionamenti ricevuti durante la nostra storia. Quindi, anche se online utilizziamo parti di noi che sono meno visibili nella vita offline, i meccanismi rimangono gli stessi. La differenza è che la nostra esperienza online ci potrebbe dare l’opportunità di mettere in discussione la realtà della nostra partecipazione e di includere la nostra stessa mente nel sogno. In questo senso, le parole di Swami Nityananda “Per prendere in considerazione Maya, si necessita un Maya più profondo” (da Voice of the Self) sembrano scritte per gli architetti della Rete. Quindi una illusione può aprire alla verità.
Se si sposta l’attenzione di 180 gradi dallo schermo alla propria interiorità si ha la possibilità di non perdersi passivamente nel mezzo e di mettere in discussione la realtà di tutti gli strati di Maya.
Nelle tradizioni orientali vi sono dei racconti ove avvengono degli incidenti che provocano la consapevolezza immediata del reale, come ad esempio il racconto della monaca che si è illuminata quando l’inaspettata scomparsa di un’illusione l’ha condotta all’illuminazione.
La monaca Chiyono aveva praticato anni di meditazione. Una notte stava trasportando un vecchio secchio pieno d’acqua e mentre camminava, osservava la luna piena che si rifletteva nel secchio. Improvvisamente, le canne di bambù che sostenevano il secchio si ruppero e il secchio cadde. L’acqua a sua volta cadde a terra, il riflesso della luna scomparve e in quel momento Chiyono si illumin e scrisse questa poesia:
In un modo o nell’altroho cercato di sorreggere il secchiosperando che il debole bambùnon si sarebbe mai spezzato.Improvvisamente il sostegno si è rotto.Non più acqua,non più luna nell’acqua,il vuoto nelle mie mani.
Secondo il commento di Osho, “All’improvviso l’acqua fuggì in tutte le direzioni, e non vi era più alcuna luna. A quel punto, deve aver guardato in alto - ed ecco la vera luna! Improvvisamente si risvegliò al fatto che ogni cosa era un riflesso, un’illusione perché era vista tramite la mente. Allorché il secchio si ruppe, anche la mente andò in frantumi.”
Un incidente che improvvisamente fa cadere l’illusione della luna riflessa…. magari il crash dell’hard disk?



Rendendoci incorporei a velocità di banda larga
Tecnologie divine
L’orologio tibetano: come un insegnante spirituale venne a conoscenza della tecnologia in Occidente
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Personal consumatore

sabato 5 luglio 2008

Viaggi in un'altra dimensione

Da questo post inizierò a tracciare un percorso che spero ci possa portare ad approfondire la nostra conoscenza su luoghi, regioni, popoli, lontani da noi, per cultura e per costumi. Eppure la loro dimensione di vita i luoghi che abitano sono intrisi di un fascino e di una bellezza che il più delle volte ci sorprende. Luoghi unici, patrimonio culturale ed ambientale, da difendere dalle aggressioni del mondo consumistico. Un mondo tanto lontano, ma vicino ai nostri cuori, un mondo che io amo e che spero rimanga come grande patrimonio di una umanità che sappia presto invertire la sua rotta verso sistemi di vita più giusti.
Questo percorso, o forse più appropriatamente potremo definire “ Un viaggio in un’altra dimensione” si avvarrà di volta in volta di riferimenti, articoli, esperienze vissute da grandi viaggiatori, ambientalisti, fotografi, antropologi. Spero attraverso segnalazioni, di libri e riviste specialistiche, di articoli importanti, di poter portare un significativo contributo alla conoscenza. Come ho già più volte espresso, la risoluzione dei problemi che affliggono la nostra società, passa attraverso la conoscenza degli stessi e dalla nostra consapevolezza di poterli risolvere. Conoscere gli altri, conoscere il mondo anche nei suoi angoli più reconditi, ci aiuta a capire, ci aiuta ad amare ed apprezzare il grande patrimonio di risorse umane ed ambientali che la Terra per fortuna ancora racchiude. Ricordiamoci che facciamo tutti parte di un sistema di vita planetario, dobbiamo imparare a guardare un po’ più in la del nostro limitato orizzonte, conoscere gli altri aiuta a conoscere meglio se stessi.

Dal n° di Giugno-Luglio della rivista OASIS, rivista di cultura ambientale, uno scritto, bello ed espressivo di Sveva Sagramola, giornalista, conduttrice televisiva, documentarista, viaggiatrice, che si distingue per la sua grande sensibilità verso le tematiche ambientali e sociali.

Il mondo diviso

“Come spiegare a un pastore del Kenia che la siccità che uccide i suoi animali e i suoi figli è la conseguenza dello stile di vita di chi vive dall’altra parte del mondo”

“Credo che poter vedere la natura ancora non violata dall’uomo sia davvero un privilegio oggi, perché di luoghi ancora intatti ne sono rimasti davvero pochi,e bisogna sempre faticare un po’ per arrivarci. A me è accaduto qualche volta, di vedere la natura cosi come è stata creata, senza che nessun essere umano l’avesse sfiorata: è successo su un atollo nell’Oceano Pacifico, sulle montagne dell’Argentina, in una savana del Kenia. Ogni volta ho provato la sensazione di essere la piccolissima parte di un immenso universo e ho guardato con timore e rispetto le forze antiche della terra e del mare che mi circondavano e che mi sarebbero sopravvissute. E ogni volta ho pianto, perché la natura viva e pura ti avvolge come l’abbraccio di una madre, ma è fragilissima di fronte agli strumenti di devastazione dell’uomo; e, spesso, di fronte a scempi e ingiustizie mi è capitato di pensare che non meritiamo tanta bellezza. E’ stato un pastore turkana , in Kenia, a darmi la misura di come il mondo oggi sia drammaticamente diviso tra coloro che consumano e inquinano e quelli che invece ne pagano le conseguenze. Mentre parlavamo dei problemi legati alla siccità, che inaridisce i pascoli e costringe questo antico popolo di pastori nomadi alla fame, uno di loro mi ha chiesto come mai le siccità erano molto più ricorrenti di un tempo e se potevamo fare qualcosa per evitarle. Io mi sono lanciata in una spiegazione dettagliata del riscaldamento globale, dell’effetto serra, delle emissioni inquinanti, ma più andavo avanti, più mi rendevo conto che quell’uomo, dall’esistenza durissima, capace di vivere con pochissima acqua, che non conosceva il concetto di mercato e l’uso di qualsiasi tecnologia, non poteva avere neanche un’idea lontana di ciò che gli andavo dicendo. Non poteva capirmi e soprattutto non poteva far niente, soltanto subire le conseguenze dello stile di vita e delle scelte politiche ed economiche di un’altra parte del mondo, quella industrializzata. Oggi siamo tutti chiamati ad alleggerire la nostra impronta sul pianeta, ad aprirci ad una rivoluzione culturale, perché stiamo esaurendo il capitale naturale della Terra e aumentando le ingiustizie. Una grande opportunità per l’uomo, a cui non mancano il coraggio, l’immaginazione e il talento per rendere questo mondo migliore.”

Lettura consigliata:
OASIS, rivista bimestrale di cultura ambientale

domenica 29 giugno 2008

In cammino - Prima tappa: La Decrescita

Premessa
Tutti i contenuti, i pensieri e le parole di questo ed altri post esprimono appieno il mio modo di essere, di pensare, le mie sensazioni e le mie emozioni. I miei scritti sono uno sfogo necessario del mio animo turbolento e l'espressione di un desiderio forte di coinvolgimento in un processo radicale di trasformazione di questa nostra società, verso modelli di sviluppo più etici.
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Crisi economica, crisi dei mutui in America, Borse in calo, speculazioni, crisi energetica, crisi ambientale, imminente collasso biologico, …..sono il segno palese di una crisi mondiale, crisi che trova i suoi fondamenti in un sistema politico economico poco responsabile, in una gestione delle risorse umane ed intellettive poco coerenti, incapaci di riflettersi in atteggiamenti etici, morali e spirituali, rispettosi dell’essere umano e della Terra. Tutti i modelli di sviluppo che ci hanno accompagnati negli ultimi due secoli, ed in maniera più accelerata negli ultimi decenni, pur se fondati su alcuni buoni propositi, hanno innescato processi speculativi, corruzione, controversie, conflitti sempre più gravi e tali da mettere seriamente in pericolo la nostra sopravvivenza. E’ ovvia la necessità di invertire la rotta, ciò non significa necessariamente tornare indietro, ma trovare un nuovo percorso, che tenga in seria considerazione tutti gli errori commessi e la coscienza che la nostra vita è legata in maniera inscindibile con il rispetto dell’ambiente e delle sue risorse. Il passato non va rinnegato, ma è passato, il futuro deve essere una risposta decisa agli errori non più perseguibili. Le coscienze sono maturate, i livelli di conoscenza raggiunti sono tali da farci capire che ormai l’uomo deve prepararsi a vivere una nuova vita, deve svegliarsi ed aprire gli occhi, una nuova alba si avvicina, piena di luci e di colori, gli orizzonti si illuminano di una luce incandescente, che ci guiderà in un cammino sicuro. Mettiamo da parte ogni indecisione, prendiamo coscienza del cambiamento necessario, rendiamoci partecipi, attori, di una nuova vita, in cui il benessere interiore abbia più valore del benessere materiale. Abbiamo in noi le energie necessarie. Le economie di mercato, lo sviluppo sfrenato, il consumismo, non ci interessano, le sue regole ci offendono e ci distruggono. Le richieste energetiche necessarie per questo tipo di sviluppo, stanno portando la Terra verso il suo collasso, abbiamo alterato quei mirabili equilibri che ne hanno permesso la vita e d il suo sviluppo armonico. Non possiamo permetterci di distruggere la natura e le sue incredibili bellezze, con opere ed azioni inutili ed incontrollate. Se a questo aggiungiamo uno sviluppo demografico abnorme, bisognoso di una mole di risorse incredibile, possiamo capire le cause del declino umano sociale ed economico degli ultimi anni. L’alternativa è come già dicevo, nella nostra coscienza, consapevoli degli errori commessi, che il mondo e l’uomo hanno bisogno di nuovi modelli di sviluppo, dove si deve guardare al giusto, al minimamente necessario, al sostenibile. La parola d’ordine è una sola: decrescita. Decrescita significa, meno produzione di beni inutili, meno fabbriche, meno inquinamento, meno opere assurde, meno concimi chimici in agricoltura, meno plastica, meno automobili, riscoperta del biologico, agricoltura sostenibile, mezzi di comunicazioni che utilizzano energie rinnovabili ed eco compatibili ( es. treni che utilizzano energia solare) meno cemento e più natura, meno rifiuti, tecniche costruttive meno invasive…….. Vogliamo una società che guardi di più ai veri bisogni dell’uomo e che tenga in considerazione il suo benessere psichico e fisico. Il mondo deve rallentare, deve rifiutare con forza scelte pericolose, non più coerenti, non può più permettersi di sbagliare, non può vivere in bilico. Tutti hanno diritto di vivere un futuro migliore. Siamo ad un bivio, si intravede la possibilità di imboccare un cammino diverso, migliore. Siamo sul punto di avviare la più grossa rivoluzione , speriamo indolore, che il genere umano abbia mai vissuta.

Letture consigliate:
Rallentare. L’uomo è in bilico? - Carlo Moiraghi

Il mondo è sempre più pervaso di segnali di crisi, nell’ambiente esteriore, la natura che ci circonda, come nell’ambiente interiore, la nostra mente. L’autore parte dall’incapacità culturale dell’età contemporanea ad affrontare - con gli stessi vecchi strumenti che hanno causato la crisi - il passaggio a una nuova età presente, che ha un dirompente potenziale “spostato” rispetto allo scenario sociale e ambientale.Il libro propone un percorso nella molteplicità dell’esistente, dove la conoscenza interagisce con istanze più profonde e la vita materiale con quella spirituale. La progressione dei diversi argomenti non è casuale: dalla materia al sottile, dalla radice alla fronda, dal pensiero alla meditazione, dal profano al sacro. Partendo dai temi del pensiero contemporaneo, attraverso quello moderno (energia, risorse ed ecologia, tecnologia, lavoro e disoccupazione, tradizione e progresso, maschile e femminile), l’autore recupera i capisaldi dell’etica di culture millenarie.Moiraghi ci accompagna in un percorso che è anzitutto un cammino attraverso noi stessi, perché altra possibilità non v’è, sarà quello che siamo, e in noi, nelle menti e nei cuori, la svolta è già viva e palpabile, il giro di boa sarà, già è, rallentare.

Nicolas Ridoux
La Decrescita per Tutti
- merci + giustizia
Questo libro muove da una critica radicale all'ideologia dello sviluppo e della crescita economica e si propone come un accessibile manuale di introduzione al concetto e alla pratica della decrescita. È quindi animato da una chiara intenzione pedagogica che lo rende accessibile e "leggero" pur toccando tutti i campi della conoscenza, tutti gli angoli di visuale del problema: materiali, psicologici, sociali, economici, tecnici, poetici e politici.
Queste pagine hanno il pregio di conservare la sostanza di anni di dibattiti e ricerche sul tema della decrescita ordinando l'argomentazione con chiarezza, rigore ed efficacia. Così il libro muove dal perché al come, dallo stato delle cose e delle cause di questo stato fino all'esplorazione di piste concrete per uscirne.

venerdì 27 giugno 2008

VIAGGIATORI O TURISTI?




Da un archivio di “Le Monde Diplomatique”
Questi turisti così poco viaggiatori

La massiccia diffusione del turismo di massa ha creato ormai una vera e propria industria, che offre soggiorni in luoghi esotici a condizioni di massimo comfort. La figura del turista da cartolina, che si sposta su percorsi ben definiti e mostra scarso o nullo interesse per le culture locali, si contrappone a quella del viaggiatore, che ama andare a zonzo e pratica ancora quella «gastronomia dell'occhio» che tanto affascinava Balzac. Un'opposizione inconciliabile, che può riproporsi all'interno di ogni singola persona: spesso, il viaggiatore che vorremmo essere si scontra con il turista che siamo.

di THIERRY PAQUOT
Nel 1908 il filosofo tedesco Georg Simmel pubblicava un saggio intitolato «Excursus sullo straniero»
(1). È uno dei primi teorici a preoccuparsi delle forme sociali plasmate dalla «grande città», quella città della modernità che Baudelaire ha così potentemente cantato nelle sue poesie.La città delle ferrovie e dei flussi ininterrotti. La città dei cambiamenti di dimensione: demografica, economica, territoriale, informativa e così via. È in questo nuovo contesto sociale che Georg Simmel identifica una nuova figura: lo straniero. Di chi si tratta? Di un individuo che non è del posto ma vi si trova, e riunisce in sé «l'unità della distanze e della vicinanza». Così lo straniero rappresenta la mobilità, una mobilità che ci intriga (possiamo addirittura invidiarla) e ci lascia allo stesso tempo indifferenti. Non è uno dei nostri e nulla ci consente in realtà di conoscerlo per poi riconoscerlo. Si tratta, secondo Georg Simmel, di un «non rapporto». Questa figura dello straniero nella grande città è diversa da quella del viaggiatore di un tempo. È nuova, come nuovo è il rapporto che intessiamo con l'estraneità di questo nostro simile che non è del luogo ma che, con la sua sola presenza, rafforza la nostra specificità. La sua apparente vicinanza è, nello specchio che ci protende, assai lontana da noi. Ma questo straniero appartiene forse alla stessa famiglia del turista?Mezzo secolo dopo le riflessioni di Georg Simmel, la rivista culturale tedesca Merkur pubblicava, nel 1958, un intervento radiofonico di un giovane filosofo, Hans Magnus Enzensberger, intitolato semplicemente Una teoria del turismo. Dopo aver indicato che i termini turista e turismo compaiono rispettivamente nel 1800 e nel 1811 nella maggior parte delle lingue europee, mutuati dall'inglese, Enzensberger constata che ancora non esiste una storia del turismo, né tantomeno una sua teoria generale. Da allora, il vuoto è stato colmato, tanto che ormai tutte le librerie hanno una sezione «viaggi e turismo»... Hans Magnus Enzensberger cita anche Gerhard Nebel: «Un paese che si apre al turismo, si chiude metafisicamente - finisce per offrire un paesaggio, ma non più la sua magica potenza».Questa denuncia non è nuova. In definitiva, l'appello al turismo e la sua riprovazione sono due facce della stessa medaglia. «L'elemento di base che regola il viaggio è la"sight", la cosa da vedere - nota Hans Magnus Enzensberger - classificata, a seconda del suo valore, con una, due o tre stelle». Lo spostamento del turista mira a verificare l'esattezza delle informazioni fornite dalla guida e, se possibile, a darne una testimonianza fotografica. Andare «altrove» in modo da non vedere più questo nostro «qui» che ci è insopportabile o ci annoia.I terrestri, in ogni epoca e in ogni luogo, hanno sempre viaggiato.Non per questo erano tuttavia «turisti». Stranieri? Talvolta. Il passaggio dal «viaggiatore» al «turista» si misura attraverso la progressiva scomparsa dell'accoglienza (2), quell'ospitalità necessariamente gratuita e senza evidente reciprocità, almeno nell'immediato, e nella massiccia diffusione di strutture alberghiere sempre più separate dalla società su cui si vengono a innestare.Tra questi viaggiatori non turisti troviamo il pellegrino, lo studente in cerca di iniziazione, l'artista, il mercante, il mercenario e il girovago, colui che va per strade e sentieri tracciando le linee erratiche del suo soggiorno terrestre. Quest'ultimo è a casa propria ovunque. Il suo domicilio non è fisso, né tantomeno conosciuto. Eppure, abita il mondo. Turisti non sono nemmeno l'esiliato, il migrante, il ricco ereditiere, il fuggitivo o il vacanziere. Il vacanziere si mette in vacanza. Diventa cioè disponibile a non far nulla. Il turista non è vacante, deve imperativamente fare il turista. Precisiamo, riprendendo Jean Chesneaux, che per abitare il tempo ci vuole una disponibilità elestica e, riprendendo Marc Augé, che il viaggio organizzato corrisponde al non luogo, cioè ad andare nello spazio altrui senza esservi presenti (3). Il turismo è la fase monetarizzata e commercializzata della storia dei viaggi. L'incontro casuale è in questo caso impossibile: non fa parte del programma. Il turista consuma non-stop. Consuma paesaggi, architettura, cultura decontestualizzata e deterritorializzata. Va in giro, ma i suoi spostamenti devono essere redditizi. Il minimo contrattempo è vissuto come un malfunzionamento della compagnia organizzatrice ed è allora che scatta la minaccia di un processo.Il turista sembra a suo agio solo tra altri turisti. Circondato da turisti, non ha più paura e osa manifestare le proprie lamentele rispetto alla qualità del servizio o alle escursioni a pagamento.Desidera ritrovare la stessa camera e lo stesso menù che ha a casa propria per evitare di trovarsi disorientato ed essere costretto ad acclimatarsi. Del resto, il ritmo del circuito impedisce soluzioni alternative. Ha allora bisogno di un ambiente quanto più possibile neutro e familiare. Il turismo sta al viaggio come il consenso sta alla politica: hanno scarsi punti in comune. Mentre, dall'altra parte, il confronto e la contraddizione dinamizzano una democrazia sonnolenta tanto quanto i ritardi e gli imprevisti arricchiscono il viaggio.Il viaggiatore fa di tutto per stare «insieme» e «tra» la popolazione locale. Il turista, invece, è incapace di una simile unità. Il viaggiatore si diletta ancora a vagare senza meta, praticando quella «gastronomia dell'occhio» che tanto affascinava Balzac. Ma viviamo su tempi diversi, siamo combattuti tra desideri opposti, e il viaggiatore che vorremmo essere si scontra con il turista che siamo più spesso del previsto! Il primo fa le cose con calma, degusta la durata, il riposo, l'attesa, mentre il secondo si proibisce il frivolo, il fugace, la pausa. Teme l'avventura, ma è attratto dall'impresa spericolata, il che ha prodotto lo sviluppo senza precedenti del turismo estremo, le scalate dei più alti massicci montuosi, le spedizioni polari, le traversate di deserti. Insomma, tutto ciò che è eccessivo.Quanto all'alibi culturale, non nasconde affatto la realtà: qualche secondo davanti alla Gioconda, al Louvre, ma ore intere per comprare una manciata di cartoline! Il turista globalizzato-e-felice visita i siti classificati dall'Unesco, che purtroppo si presta a questa operazione mercantile rubricando un assurdo patrimonio comune dell'umanità.Dal punto di vista etimologico, il «patrimonio» non può in alcun modo riguardare tutta l'umanità, tanto che diverse lingue non posseggono né la parola né tantomeno l'idea. La rivendicazione patrimoniale, tanto ben analizzata da Françoise Choay (4), sottintende una certa concezione della Storia, un rapporto particolare con il passato, il presente e il futuro (5) che non tutte le società - e i popoli che le compongono - intendono allo stesso modo.Una cultura internazionale dello sguardo Per non offendere nessuno stato, l'Unesco si vede obbligata a classificare opere ingegneristiche (ponti, dighe, viali, ecc), costruzioni (castelli, cattedrali, templi, siti archeologici, ecc.), paesaggi (con la vaghezza propria di una tale parola passe-partout), quartieri interi di città, mentre l'unico bene che bisognerebbe proteggere è l'Umanità intera che, in spregio dei suoi discendenti, non smette di recar danno alla Natura con le sue innovazioni tecniche e le sue azioni irresponsabili! Bisognerebbe forse per prima cosa patrimonizzare l'Unesco? Scherzi a parte, l'identità dei popoli e delle culture dipende prima di tutto dalla loro specificità. Cercare di trovare un patrimonio comune da un paese a un altro è una pericolosa illusione uniformizzante. La bellezza straziante di un particolare panorama non dipende solo dai colori del cielo, dalla leggera brezza inebriante, dalla persona amata che vi è accanto, ma anche dal vostro essere-al-mondo-e-agli-altri, dalla vostra capacità di abitare il mondo. E questo, purtroppo (e per fortuna!) né l'Unesco né il turismo organizzato possono garantirlo.Il turismo di massa esiste, negarlo sarebbe un suicidio: 635 milioni di turisti nel mondo nel 1999 e più di un miliardo e mezzo previsti per il 2020. L'urbanistica e l'architettura subiscono l'inflessibile legge dell'economia turistica, nonostante i tentativi di promuovere vari tipi di «turismo sostenibile» o «turismo equo». Non che queste iniziative alternative (6) siano insensate o ingenerose, ma sono marginali e subordinate allo spirito generale del turismo di massa e delle regole imposte dalle grande multinazionali del settore. Per rompere con il turismo di massa non bisogna semplicemente moralizzarlo (rispettare le popolazioni locali, pagare il prezzo giusto, condannare il turismo sessuale, e così via), ma anche opporvisi e organizzare un viaggio nella sua giusta dimensione temporale e spaziale. Le ricadute sull'economia nazionale di questo turismo di massa vanno esaminate con cautela. Esso esige la costruzione di vasti aeroporti internazionali e di pesanti infrastrutture per la circolazione dei turisti (autostrade, treni, taxi, autobus e così via). Il circuito turistico richiede poi parcheggi per i pullman e larghe carreggiate per consegnare il suo pacco quotidiano di turisti con videocamera.Quanto all'architettura, si incarica di costruire hotel-ghetto e musei conformi al gusto del tempo. L'edificio è spesso un simbolo, un'icona, un segno, e assume quindi forme e colori facilmente identificabili, come avviene nella maggior parte delle catene internazionali di alberghi e ristoranti. E non si può certo dire che ciò contribuisca ad esportare un'architettura di qualità in cui domina l'originalià legata alla bellezza. Per non parlare poi della dolce tirannia dell'aria condizionata, che anticipa la fine della stagione turistica. Andando a Bombay, o altrove, in otto ore d'aereo, è impossibile acclimatarsi, soprattutto se si rimane solo otto giorni. L'automobile con l'aria condizionata, l'albergo con l'aria condizionata, il museo con l'aria condizionata, i ristoranti con l'aria condizionata, i centri commerciali con l'aria condizionata, tutto è previsto per attenuare le differenze climatiche che ancora esistono tra il vostro paese di provenienza e il paese visitato. I pochi istanti senza aria condizionata sono allora vissuti come veri e propri momenti di audacia e sregolatezza che conducono sull'orlo del rischio! La televisione via satellite, l'e-mail, Internet modificano profondamente il rapporto vicino/lontano che Georg Simmel trovava così esemplare nello «straniero». Contribuiscono alla formazione di una cultura internazionale dello sguardo che si sovrappone alle culture locali, a volte mischiandosi con esse, più spesso provocando veri e propri traumi. I nostri cinque sensi non sono più in fase diretta con il mondo sensibile. Vogliamo muoverci solo nell'ambito del conosciuto, del déjà-vu - nella guida, studiata muniziosamente prima della partenza, nei depliant turistici all'hotel, nei racconti delgi amici - in modo da ottenere conferma ad un esotismo tanto previsto e a così caro prezzo ottenuto.Ma allora, che fare? Lasciare abbandonati a se stessi i vari campi turistici e le altre stazioni balneari in attesa di trovargli un'altra destinazione d'uso? Proibire il turismo di massa e tollerare solo il trekking per pochi eletti? Imporre una patente del turista equo, con tanto di polizia internazionale del turismo, punti in meno ad ogni infrazione del codice e - perché no? - lavori di utilità social-viaggiatrice in caso di grave colpa?La guerra turistica è appena cominciata, sarà cruenta e letale, considerate le poste in gioco economiche, ma anche e soprattutto ecologiche e culturali. Le migrazioni generate dal turismo di massa non impediranno ai viaggiatori di viaggiare, seguendo il ritmo del loro passo, della loro curiosità, della loro fame di alterità e della loro sete di se stessi. «Esistere non vuol dire forse uscire continuamente da se stessi e ritornare?», si chiede Stanislas Breton in un saggio intitolato L'Autre et l'Ailleurs (L'altro e l'altrove) (7), che indica la prima dimensione del viaggio. La seconda può essere formulata così: l'altro è l'altrove. E allora non resta altro da dire: buon viaggio!
note: *Filosofo, professore all'Institut d'urbanisme di Parigi (Paris-XII Val-de-Marne) e editore della rivista Urbanisme.

(1) Georg Simmel, «Excursus sullo straniero» in Sociologia (Ricerca sulle forme di associazione), ed. La Comunità, 1989.

(2) Thierry Paquot, «De l'accueillance. Essai pour une architecture et un urbanisme de l'hospitalité», Ethique, architecture, urbain, a cura di Chris Younès e Thierry Paquot, La Découverte, Parigi, 2000.

(3) Jean Chesneaux, L'Art du Voyage, Bayard, Parigi, 1999; Marc Augé, L'impossibile voyage. Le tourisme et ses images, Rivages, Parigi, 1997.

(4) Françoise Choay, L'Allégorie du patrimoine, Seuil, Parigi, 1992.Henri-Pierre Jeudy «Japon: le patrimoine et la catastrophe», Urbanisme, n° 307, Parigi, luglio-agosto 1999.

(5) Si legga «Patrimoine et tourisme», Urbanisme, n° 295, Parigi, 1997.

(6) Si veda il dossier della rivista Caravane, n°7, dicembre 2000, 99 rue Louis-Bectard, 77360, Vaires-sur-Marne, http://www.echo.org/

(7) Stanislas Breton, L'Autre et l'Ailleurs, Descartes & Cie, Parigi 1995. (Traduzione di S. L.)

Letture consigliate:

L'arte di viaggiare in modo responsabile, sostenibile, attivo e aperto Christian Carosi
Editore:SondaQuella del viaggio è una dimensione della nostra vita che storicamente ha sempre avuto un valore profondo e simbolico, ma che oggi quasi come un’abitudine, rischia di perdere significato, per assumere come unico scopo lo svago e del divertimento. In realtà viaggiare è un esercizio costante per avvicinarsi il più possibile alla molteplicità che ci circonda, approfittando del particolare stato psico-fisico che si viene a creare quando ci mettiamo in movimento. Non è strettamente indispensabile affrontare itinerari insoliti o partecipare in prima persona a un cosiddetto «viaggio responsabile» per accedere a tali risorse. Quello che serve è piuttosto voler imparare da ciò che gli altri possono offrire con le loro vite condotte altrove, sforzarsi per superare i nostri limiti, saper ascoltare e vedere con occhi diversi e pieni di curiosità. In questo senso viaggiare offre a ciascuno di noi una conoscenza di sé e delle proprie risorse che altrimenti non potremmo sperimentare. Con ironia e passione, confrontandosi con chi ha fatto del viaggio la propria scelta di vita, Christian Carosi ci racconta l’arte del viaggiare oggi e ci aiuta a preparare il bagaglio culturale e mentale essenziale per «partire con il piede giusto», senza dimenticare consigli e indicazioni di carattere pratico.Con le testimonianze di Ettore Mo, Giovanni Soldini e Arianna Dagnino.

mercoledì 25 giugno 2008

Un percorso difficile

Ho sempre ritenuto che avere un animo sensibile, un carattere buono ed aperto non ti aiuta in un mondo fatto di furbizie, di cattiveria, di odio e di incomprensione. Ho sin da ragazzo imparato ad osservare con occhi attenti il mondo che mi circondava. Ho dovuto presto, imparare a districarmi tra gli ostacoli che mi si paravano innanzi, ho dovuto lottare continuamente per non affogare, per non soccombere. La mia forza d’animo, la mia caparbietà, una famiglia bellissima, che amo, mi hanno aiutato finora a lottare e vivere con dignità. Amo la vita, amo la natura, vorrei amare il mondo con tutte le sue contraddizioni. Troppe le ingiustizie sociali, forte la mancanza di democrazia. Il percorso della vita non è uguale per tutti, a gente che soffre e che lotta quotidianamente per sopravvivere, si contrappongono tanti a cui tutto sembra andare nel giusto verso, a cui non mancano ricchezze e privilegi. Casa è che determina le fortune o le sfortune degli uomini, le ricchezze e le povertà, la felicità e la sofferenza? E’ questo uno dei tanti interrogativi che mi sono posto. Ho deciso di dedicare parte importante del mio tempo alla conoscenza del mondo, della gente, della società, in tutte le situazioni e luoghi, era l’unica maniera per cercare di dare una risposta ai miei interrogativi. Ho analizzato la storia umana, ho cercato di capirne l’evoluzione, mi sono fermato con attenzione ad analizzare i fenomeni sociali degli ultimi decenni, ho seguito ed analizzato il fenomeno della globalizzazione, mi sono soffermato su tutti gli aspetti negativi che hanno portato a fenomeni palesi di degenerazione umana, sociale e spirituale. Sto seguendo da un po’ di anni con interesse la maturazione di una nuova coscienza, di una consapevolezza delle nostre capacità di sovvertire una tendenza negativa, della consapevolezza che l’uomo ha le risorse giuste per risolvere le sue contraddizioni. Ho capito la necessità irrinunciabile dell’informazione, della ricerca di una cultura nuova, di un livello alto della stessa e della sua diffusione più generalizzata, con il coinvolgimento delle istituzioni in una pratica di gestione politica e sociale diversa. Ho guardato in me stesso, per cercare di riflesso sentimenti, emozioni, considerazioni.
Le mie risposte ( espressioni del mio modo di essere):
- Non amo il conformismo
- Non amo tutte quelle persone che nella vita non fanno alcunché per lasciare una traccia del loro passaggio.
- Non amo i furbi
- Non amo gli ipocriti. Non c’è nulla di peggio dell’ipocrisia.
- Non amo l’ignoranza.
- Non amo il cretinismo, fenomeno sempre più dilagante.
- Non amo la cattiva educazione, anche questa sempre più diffusa.
- Non amo la mancanza di valori morali e spirituali.
- Non amo la mancanza di identità
- Non amo l’incapacità di questa società di trasmettere cultura e valori giusti ai giovani
- Non amo le famiglie incapaci di educare i figli ad avere atteggiamenti più rispettosi di se stessi e del prossimo
- Non amo un certo tipo di politica, che vive delle decisioni di pochi e non della partecipazione di tutti ad uno sviluppo in senso democratico pieno.
- Non amo lo strapotere economico e politico dettato dalle multinazionali
- Non amo la dittatura politico economica che alcune potenze mondiali, in primis gli Stati Uniti d’America, cercano di imporci.
- Non amo i sistemi di sviluppo economico attuali
- Non amo i costumi di vita, che cerchiamo di copiare da società assurde come quella americana, dimenticandoci i grandi patrimoni culturali che ci appartengono
- Non amo la globalizzazione, per tutti i fenomeni negativi che essa comporta. La diversità culturale è un patrimonio insostituibile, cosi come lo è la diversità biologica.
- Non amo quelle persone, che hanno acquisito ricchezza e benessere, i sistemi non li discuto in questo contesto, che tentano di ostentarlo, ma a cui non corrisponde alcuna maturazione culturale e morale. Sono gli elementi peggiori della società.
- Potrei continuare ancora con molti altri aspetti ma spero di aver fatto capire abbastanza.
Al contrario:
- Amo la semplicità
- Amo l’onestà
- Amo la coerenza
- Amo la buona educazione
- Amo la cultura e il desiderio di perseguire la conoscenza
- Amo i semplici e gli animi buoni
- Amo gli umili, sono sempre un buon esempio per tutti noi.
- Amo la democrazia e le società civili che sono in grado di esprimerla, anche se poche.
- Amo la gente ricca di spiritualità e di moralità
- Amo la natura, gli spazi infiniti, i grandi silenzi.
- Amo vivere, vivere in armonia con l’ambiente, nel rispetto delle sue risorse.
- Amo vivere con dignità. Impariamo ad essere dignitosi
- Amo la bellezza e tutte le forme di arte che la lasciano trasparire.
Forse abbiamo capito che ci sono valori veri e non valori. Affidarsi agli uni o agli altri fa di un uomo un giusto o un cattivo. Per il momento i giusti vivono peggio dei cattivi, ma non per molto. Il mondo e le coscienze stanno cambiando. Sta per arrivare il nostro tempo, soffiamo con forza sul vento del cambiamento.
Tonino Lapenna

lunedì 23 giugno 2008

Vivere con consapevolezza……… in viaggio verso una nuova vita

Gli ultimi decenni del secondo millennio hanno visto prevalere un sistema di vita consumistico, usa e getta, che ha portato l’uomo fin sull’orlo di un abisso, ai limiti di punto di non ritorno. Nel momento più oscuro ecco finalmente germogliare una nuova speranza, la consapevolezza che in noi è possibile risvegliare una nuova coscienza. Più la vita diventa difficile, più i tempi si fanno cupi e più si vede la luce in fondo ad un tunnel. I segni di un cambiamento, speriamo radicale, in meglio, si intravedono con sempre maggiore frequenza. Sarà forse questa svolta a caratterizzare il terzo millennio ed a traghettare l’uomo verso orizzonti più sereni. Sta nascendo una nuova attenzione verso i valori spirituali, una maggiore consapevolezza che sistemi di vita sbagliati, hanno creato un impatto negativo sull’ambiente che ci circonda, che i nostri atteggiamenti, le nostre parole e i nostri gesti, possono avere un impatto decisivo sulla realtà. Si avverte un nuovo e profondo desiderio di benessere, espressione naturale di una migliore qualità della vita, gioia di vivere. L’umanità è ad un bivio, deve lasciarsi alle spalle un mondo pieno di tante negatività e contraddizioni, che appartiene al passato, deve essere capace di perseguire con forza questa nuova trasformazione. I nostri occhi, ma ancor più quelli dei nostri figli si potranno aprire finalmente dinanzi a nuovi scenari. L’umanità forse vivrà la più grande rivoluzione, di portata antropologica, che abbia mai contraddistinto la storia della sua vita sulla Terra. Se vogliamo che questo accada è necessario che cambino radicalmente i nostri comportamenti, l’utilizzo della mente. Gran parte della nostra vita mentale si svolge in modo inconsapevole, abitudinario, automatico, alternato solo a brevi momenti di consapevolezza ordinaria. Dobbiamo imparare a vivere in maniera più consapevole, consci di essere dotati di una “supercoscienza”. Vivere in maniera consapevole vuol dire avere il controllo della propria vita, avere creatività, essere capaci di trovare le soluzioni a qualsiasi difficoltà. La nostra mente ha risorse inimmaginabili, sfruttarle significa poter guardare al futuro con serenità. Il nuovo millennio ha bisogno di gente illuminata, capace di risvegliare le coscienze sopite, gente convinta che è necessario modificare l’attuale politica sociale ed economica. Il terzo millennio ci deve vedere impegnati a lavorare per una nuova cultura, con maggiore interesse per l’ecologia e per la sostenibilità, per la ricerca di scelte economiche etiche. Dobbiamo con maggiore convinzione pensare ad un mondo fatto di pace e solidarietà, di collaborazione a livello globale. Questo auspicato cambiamento sarà la più bella espressione della nostra capacità creativa, della nostra volontà di vivere finalmente in maniera consapevole e della nostra crescita interiore.
Tonino Lapenna




sabato 21 giugno 2008

La mia filosofia


La passione per i viaggi viene dalla mia formazione culturale, dalla mia educazione, dall'amore per la Geografia, per la Storia, per l’Arte, per l’Antropologia, per la Montagna, per la cultura in genere, uniti al desiderio di confrontarmi con popoli e culture diverse. Le motivazioni per affrontare un viaggio alla scoperta del mondo o di se stessi possono avere origini diverse, ma prima fra tutte il desiderio della conoscenza e la ricerca della bellezza.
In un mondo in cui prevale più che mai l’egoismo, la prepotenza, l’arroganza, l’ignoranza, ho dato più importanza alla qualità della vita, non quella che proviene dal denaro, dalle ricchezze materiali, ma quella in cui prevalgono valori importanti, quali la saggezza, la consapevolezza, la cultura, il rispetto per il prossimo, la solidarietà. La mia vita è stata segnata da momenti di grande sofferenza. Più volte ho temuto di non avere le forze necessarie per affrontare le prove difficili a cui ero spesso sottoposto e che non potevo evitare. Ma nel tempo su tutto ha prevalso la mia forte volontà, il desiderio di libertà da ogni vincolo sia materiale che spirituale, la convinzione che in ognuno di noi ci sono nascoste energie capaci di rigenerarci nello spirito e nella mente. Ho imparato a guardare il mondo, la gente, me stesso, la vita con occhi diversi. Ho imparato a distinguere le positività dalle negatività, ad osservare, a vivere più intensamente le emozioni positive, a guardare con occhi più attenti le sottili sfumature che spesso distinguono il bene dal male. Ho ripreso a viaggiare, a fotografare, ad ascoltare la musica, grandi passioni della mia vita.
Viaggiare nel mondo e nell’animo umano alla ricerca della bellezza e della conoscenza , aiuta a guarire dalle sofferenze dell’animo, aiuta a ritrovare il sorriso, l’amore per la vita, per la famiglia, per l’uomo. La società, con particolare riferimento a quella delle nazioni cosi dette civili, opprime l’uomo, lo fa vivere di tensioni, paure e preoccupazioni. E’ necessaria una svolta, serve una educazione nuova, proiettata alla ricerca di valori veri, quali l’amore e la ricerca delle verità. E’ necessario un amore e rispetto per la terra, per le sue risorse, che ci potranno aiutare, forse, a vivere un futuro, un amore incondizionato per le sue ancora incomparabili bellezze, sempre pronte ad essere ammirate da animi nobili. Questo percorso e forse il più importante viaggio da programmare ed è per ognuno di noi il più bel riscatto da una vita anonima ed insignificante. Viaggiare per conoscere, per cercare, ma anche vedere con occhi sempre nuovi. Con questo spirito bisognerebbe affrontare ogni viaggio, sia che la meta prescelta sia un continente lontano e misterioso, sia che ci si accinga a riscoprire luoghi che si crede di conoscere bene, ma che sono lì, dietro l’angolo e di cui, spesso, sfugge l’essenza intima, quello che fa di ogni luogo un mistero.


L’essenza del vero viaggiatore, la sua filosofia di vita rispondono ad un interrogativo: perchè viaggiare?
Viaggiare per conoscere, per comunicare, per assaporare, per convivere, per vivere, per emozionarsi e condividere sensazioni.
Viaggiare nell’arte e nella natura.
Viaggiare per scoprire popoli nuovi e culture diverse.
Viaggiare alla ricerca di se stessi.
Viaggiare per allargare i nostri confini.
Viaggiare alla ricerca della bellezza e del piacere, per la cura del corpo e dell'anima.